Autismo: perché si parla di “spettro”?
L’autismo è spesso raccontato attraverso immagini semplificate e stereotipi ancora diffusi. In realtà, parlare di autismo come spettro significa riconoscere che non esiste un unico profilo, ma una configurazione variabile di caratteristiche che si combinano in modo diverso da persona a persona.
Su Compaesano prosegue la rubrica a cura della Dottoressa Barbara Palazzolo, dedicata alla comprensione delle neurodivergenze: in questo articolo scopriremo cosa significa parlare di spettro, quali sono i criteri diagnostici che ne definiscono i confini, perché le vecchie categorie sono state superate e quali equivoci persistono.
Dott.ssa Barbara Palazzolo
05 marzo 2026
Dopo aver esplorato cosa significa parlare di neurodivergenze e quale sia il ruolo della diagnosi nel comprendere il funzionamento individuale, approfondiamo ora il tema dell’autismo. Questa condizione rappresenta un esempio evidente di quanto una stessa categoria diagnostica possa racchiudere modalità di funzionamento molto diverse tra loro.
Quando si parla di autismo, infatti, si tende ancora a immaginare un profilo unico e facilmente riconoscibile. La realtà è molto più complessa.
Cos’è l’autismo
L’autismo è una condizione neurobiologica che influenza il modo in cui una persona percepisce, elabora e risponde agli stimoli dell’ambiente, si tratta di una variazione del neurosviluppo che accompagna l’individuo lungo tutto l’arco della vita.
Le sue manifestazioni possono essere molto diverse. In alcuni casi sono presenti importanti difficoltà di linguaggio e comunicazione; in altri il linguaggio è fluido, ma emergono difficoltà nella comprensione delle regole sociali implicite, nella gestione delle relazioni o degli stimoli sensoriali. Tra i criteri diagnostici rientrano anche interessi molto intensi e circoscritti, comportamenti ripetitivi e una marcata rigidità rispetto ai cambiamenti. Può essere presente una particolare sensibilità a suoni, luci o stimoli ambientali, così come un forte bisogno di routine e prevedibilità. Caratteristiche simili possono essere osservate anche nello sviluppo tipico; ciò che le rende clinicamente significative è l’intensità, la pervasività e l’impatto che hanno sul funzionamento quotidiano.
Ogni persona, neurotipica o neurodivergente, ha un modo unico di funzionare. Il concetto di neurodiversità nasce proprio dal riconoscimento che il funzionamento neurologico umano non è uniforme, ma variabile. Nel caso dell’autismo, però, questa variabilità assume configurazioni specifiche e riconoscibili, che per essere definite tali devono soddisfare criteri diagnostici precisi stabiliti dagli strumenti clinici condivisi.
Non basta quindi essere “diversi” per essere autistici: la diagnosi richiede la presenza di caratteristiche specifiche nei domini della comunicazione sociale e dei comportamenti ripetitivi o ristretti, con un impatto significativo sul funzionamento quotidiano.
Perché si parla di spettro
La grande variabilità delle manifestazioni ha portato, nel tempo, a rivedere il modo in cui l’autismo viene classificato.
Nel 2013 è stata pubblicata la quinta edizione del DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali redatto dall’American Psychiatric Association e utilizzato a livello internazionale. In questa revisione sono state superate le categorie separate previste nel precedente DSM-IV-TR, che distingueva tra Disturbo Autistico, Sindrome di Asperger e altri disturbi dello sviluppo.
Con l’accumularsi delle evidenze scientifiche è emerso che quei confini erano meno netti di quanto si pensasse. Persone con diagnosi diverse potevano presentare caratteristiche molto simili, mentre persone con la stessa diagnosi potevano essere molto diverse tra loro. Le differenze non erano “di tipo”, ma di grado e di combinazione.
Per questo si è scelto di parlare di Disturbo dello Spettro Autistico. Il termine “spettro” non indica una scala lineare dal meno grave al più grave, ma una configurazione multidimensionale di caratteristiche che si combinano in modo unico in ogni individuo.
Esempi di variabilità
Marco, 9 anni, autistico: fatica a cogliere alcune regole sociali implicite e tende a isolarsi durante la ricreazione. Allo stesso tempo, ha un interesse intenso per i dinosauri e una memoria sorprendente per nomi, epoche e classificazioni.
Giulia, 11 anni, autistica: partecipa alle attività di gruppo e appare socievole, ma vive con grande fatica rumori e luci intense, che possono generare ansia. Mostra una forte creatività nella scrittura e nelle attività artistiche.
Entrambi rientrano nella stessa diagnosi, eppure il loro funzionamento quotidiano è molto diverso. È questo che significa parlare di spettro.
Autismo e funzionamento intellettivo: un chiarimento necessario
Un equivoco ancora diffuso consiste nell’identificare automaticamente la persona autistica con una persona con deficit intellettivo. Questa associazione è scorretta.
Nei criteri diagnostici dell’autismo non è previsto alcun requisito relativo al quoziente intellettivo. L’eventuale presenza di una disabilità intellettiva rappresenta una condizione distinta e, se presente, viene diagnosticata separatamente come comorbidità. Le due condizioni possono coesistere, ma non sono la stessa cosa.
Così come nello sviluppo tipico esistono persone con livelli di intelligenza molto diversi tra loro, anche nello spettro autistico il funzionamento cognitivo può variare significativamente. Confondere questi aspetti significa sovrapporre piani diversi e alimentare stereotipi.
Conclusioni
Parlare di autismo come spettro significa riconoscere che non esiste un unico profilo, ma una configurazione variabile di caratteristiche che si combinano in modo diverso da persona a persona.
Una diagnosi non definisce un’identità, ma descrive un insieme di elementi osservabili secondo criteri condivisi. Il funzionamento individuale è sempre più articolato e sfaccettato di qualsiasi etichetta clinica.

