Domenico Russo, la terza vittima della strage di via Carini
Scritto da Antonio Zangara
Giovedì 03 settembre 2026
Ricordo perfettamente dove mi trovavo quando arrivò la notizia. Era la sera del 3 settembre 1982 e mi trovavo al festival dell'Unità di Terrasini. Era uno di quei luoghi in cui la politica si mescolava alla vita, alla gente, all'odore delle patatine fritte e alle voci dei compagni che si rincorrevano tra i megafoni. Vivevamo un momento di grande speranza, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa era a Palermo, e molti credevano davvero che potesse essere lui l'uomo capace di spezzare la spina dorsale di Cosa Nostra. Poi, all'improvviso, dagli stessi altoparlanti che fino a un momento prima annunciavano i comizi o le fritture pronte, arrivò la notizia. Una voce che raggela. Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie Emanuela Setti Carraro erano stati assassinati in via Isidoro Carini. Il silenzio calò sul festival come una pietra. La speranza, quella sera, sembrava davvero essersi fermata.
Domenico Russo nacque a Santa Maria Capua Vetere il 27 dicembre 1950. Agente di polizia, prestava servizio nella scorta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nominato prefetto di Palermo da appena cento giorni, cento giorni in cui aveva cercato di costruire, senza i poteri necessari e senza l'appoggio che meritava, un argine contro Cosa Nostra.
La sera del 3 settembre 1982, alle ore 21.15, la A112 sulla quale viaggiava il prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, fu affiancata in via Isidoro Carini da una BMW dalla quale partirono raffiche di Kalashnikov che uccisero sul colpo il prefetto e la moglie. Nello stesso momento, l'auto con a bordo Domenico Russo venne affiancata dalla motocicletta guidata da Pino Greco, detto Scarpuzzedda, che aprì il fuoco con un'altra micidiale raffica.
Quello che accadde subito dopo è un atto di coraggio assoluto, rimasto per troppo tempo nell'ombra. Benché gravemente ferito e in inferiorità numerica schiacciante, Domenico Russo scese dall'auto. Con la sola pistola d'ordinanza, di fronte a un commando armato di kalashnikov, scelse di non restare a terra, scelse di combattere, fu sopraffatto dal volume di fuoco, ma non si arrese finché il corpo glielo permise. L'impatto aveva spinto la sua auto contro quella del Generale e della moglie, già colpiti a morte. Russo non morì in via Carini, e questo, paradossalmente, lo condannò a qualcosa di ancora più crudele, tredici giorni di agonia in ospedale, dove i medici lo dichiararono clinicamente morto già nelle prime ore. Si spense il 15 settembre 1982, lasciando la moglie e due figli piccoli, Dino e Toni. Aveva trentadue anni.
Per il suo eroismo fu insignito della Medaglia d'oro al valor civile, con la seguente motivazione: "Di scorta automontata per il servizio di sicurezza ad eminente personalità, assolveva al proprio compito con sprezzo del pericolo e profonda abnegazione."
La storia di Domenico Russo si inserisce in un quadro più ampio e doloroso, quello degli uomini e delle donne della scorta, troppo spesso rimasti ai margini della narrazione pubblica. Per anni, media e libri di storia hanno focalizzato l'attenzione quasi esclusivamente sui magistrati e sulle figure istituzionali di primo piano, lasciando nell'ombra i nomi di chi li proteggeva con la propria vita. Erano nomi che la memoria collettiva ha faticato a trattenere, nonostante il sacrificio supremo compiuto.
C'è un meccanismo perverso e silenzioso che ha attraversato quegli anni di sangue, e che merita di essere nominato con chiarezza. Nella percezione collettiva, alimentata da una narrazione mediatica spesso superficiale, le scorte non avevano un nome. Erano una presenza, una funzione, un ruolo. Morivano, e poi, quasi per un crudele automatismo, tornavano. Non gli stessi uomini, naturalmente, ma la stessa figura anonima, l'agente, il poliziotto, il carabiniere. Un corpo intercambiabile che scortava il magistrato, moriva con lui, e poi ricominciava tutto da capo con un altro magistrato, verso un altro attentato, verso un'altra morte.
Era come se la scorta non fosse composta da esseri umani, con le loro storie, le loro famiglie, i loro figli, i loro sogni, ma da una categoria astratta, destinata a consumarsi in silenzio accanto ai protagonisti della scena. I giornali titolavano sul giudice, sul generale, sul politico. Le scorte comparivano, quando comparivano, in fondo all'articolo, in una riga, come accessori del dramma altrui. E così, nell'immaginario collettivo, si moriva e si rinasceva anonimi, in un ciclo spietato che privava ogni vittima della propria unicità e ogni famiglia del proprio lutto riconosciuto.
Eppure le scorte non erano scudi impersonali, erano giovani donne e uomini dello Stato, con un'età, un volto, un nome, una famiglia che li aspettava a casa. Molti di loro erano pienamente consapevoli del rischio altissimo che correvano ogni giorno, eppure sceglievano liberamente di restare al fianco dei magistrati che proteggevano. Non solo per senso del dovere, che pure era profondo e autentico, ma anche per qualcosa di più intimo e umano, il legame affettivo e di solidarietà che inevitabilmente si creava vivendo in simbiosi, giorno dopo giorno, sotto una minaccia costante e reale. Condividere i pasti, i viaggi, i silenzi, le paure, tutto questo forgiava un'appartenenza che andava ben oltre il contratto di lavoro. Era una scelta di vita, e spesso di morte.
L'impressione che la scorta morisse e ritornasse con un altro incarico un altro magistrato riflette la drammatica e spietata continuità di quel periodo, in cui Cosa Nostra sembrava inarrestabile e lo Stato pagava un tributo di sangue senza sosta. Ma dietro quella continuità apparente c'erano volti diversi, storie diverse, lutti diversi. Ogni morte era unica e irreparabile. Ogni famiglia colpita portava un dolore tutto suo, spesso vissuto nell'isolamento e nell'invisibilità.
Solo dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio, con la loro portata devastante e il loro impatto sull'opinione pubblica italiana, qualcosa ha cominciato a cambiare. L'onda d'urto di quelle due carneficine, avvenute a distanza di soli cinquantasette giorni nel 1992, scosse le coscienze in modo irreversibile. E fu allora che, accanto al dolore, nacque un movimento civile che non era più disposto ad accettare l'oblio.
In questo percorso, un ruolo fondamentale è stato svolto da Libera, l'associazione fondata da don Luigi Ciotti, e dai familiari delle vittime innocenti di tutte le mafie, che hanno trasformato il lutto privato in impegno pubblico, la rabbia in memoria organizzata. Grazie a loro, quella che rischiava di diventare una cancellazione identitaria collettiva è stata progressivamente superata. I nomi sono stati recuperati, le storie ricostruite, le famiglie ascoltate. Ogni 21 marzo, nella Giornata della Memoria e dell'Impegno, quei nomi vengono letti ad alta voce in piazza, uno per uno, davanti a migliaia di persone, un rito civile che restituisce a ciascuna vittima la propria unicità.
Domenico Russo era uno di questi uomini. Aveva trentadue anni, una moglie, due figli piccoli, una vita intera davanti. Non era una comparsa. Era una persona.
A colmare il vuoto della memoria ci hanno pensato soprattutto i familiari, che hanno dovuto lottare strenuamente per restituire dignità e identità individuale a questi lavoratori dello Stato, come protagonisti silenziosi di una guerra combattuta ogni giorno, spesso senza riconoscimento e senza voce. Una battaglia condotta con tenacia nei tribunali, nelle scuole, nelle piazze, nei libri, ovunque fosse possibile accendere una luce sul buio dell'indifferenza.
La memoria di Domenico Russo ha trovato nel tempo piccoli ma significativi riconoscimenti. Il Comune di Santa Maria Capua Vetere ha intitolato alla sua memoria la via in cui è nato e cresciuto, e la villa comunale di Santa Marina, nel Cilento, porta oggi il suo nome. Gesti concreti che testimoniano come, accanto alla memoria istituzionale, esista anche quella delle comunità, capace di onorare i propri figli con la semplicità e la forza dei luoghi quotidiani.
Oggi, fortunatamente, la memoria storica è cambiata in profondità. Nelle commemorazioni ufficiali, nelle aule scolastiche, nei monumenti e nelle cerimonie civili, i loro nomi vengono pronunciati uno per uno, con rispetto e con cura. Non più una riga in fondo all'articolo, non più un'ombra dietro al protagonista, ma persone reali, a cui è stato restituito il diritto alla propria storia. Perché difendere la loro memoria significa difendere la democrazia stessa, quella democrazia per cui hanno vissuto, e per cui hanno scelto di morire.
Sul luogo dell'agguato di via Carini comparve la scritta "Qui è morta la speranza dei siciliani onesti." Parole che ancora oggi risuonano come un monito, e che valgono per tutti coloro che, nell'ombra, hanno dato la vita per questo Paese.
La speranza, in via Carini, fu ferita a morte quella sera di settembre. Ma non morì. La raccolsero altri, con le mani sporche di impegno e il cuore pieno di dolore, e la portarono avanti. E ancora oggi, ogni volta che un nome viene letto in piazza, ogni volta che un ragazzo chiede chi era Domenico Russo, quella speranza torna a camminare.

