Donazione di organi: intervista a Giusy Salamone e Domenico Agnello


Scritto da Vanessa Leone

10 febbraio 2026


Un auditorium gremito di studenti ha ospitato un incontro dedicato alla donazione degli organi, con la partecipazione di medici specialisti, ricercatori, associazioni del terzo settore e testimoni diretti.

Tra gli interventi più significativi, quelli di Giusy Salamone, originaria di Cinisi, e Domenico Agnello, pasticcere di Partinico, che hanno raccontato esperienze personali segnate da eventi improvvisi e profondi cambiamenti di vita.

Giusy Salamone ha condiviso la storia della perdita del figlio Gabriele e la scelta della donazione degli organi come gesto capace di dare un significato diverso al dolore. Domenico Agnello, invece, ha raccontato il percorso affrontato a causa di una malattia grave e invalidante, e il ruolo decisivo che la donazione ha avuto nella sua esperienza.

Da una parte la perdita di un figlio, dall'altro una malattia subdola e cieca che non guarda in faccia nessuno.

Entrambi hanno maturato una nuova consapevolezza attraverso la donazione degli organi.

Compaesano ha raccolto le loro storie.


Intervista a Giusy Salamone

Giusy, quando e come hai conosciuto il mondo della donazione degli organi?

"Non conoscevo il mondo della donazione degli organi, ma di fronte alla più grande tragedia che una persona possa vivere, ho deciso che per mio figlio non poteva finire così. Gabriele, mio figlio, aveva 17 anni, e di colpo se ne è andato per un malore dovuto a una malformazione congenita, lasciandoci increduli e impotenti.

Ma con la sua morte Gabriele ha dato la possibilità a 7 persone di vivere una vita che non avrebbero altrimenti più vissuto. Questo mi permette di dire che Gabriele vive, c'è e per me è presente. Non so dove, non so in quali corpi...ma so per certo che il cuore di Gabriele batte in Sicilia, e che vivono ancora il suo fegato (diviso per due persone), i suoi reni, le sue cornee, i polmoni: tutto ciò che si poteva donare, Gabriele lo ha donato"

Giusy, a chi ancora resiste a questa pratica, a chi ti chiede perché hai fatto questo gesto, cosa vuoi dire?

"A chi mi chiede perché l'ho fatto, giro la domanda: perché non farlo? Attendo la risposta. Gabriele era già morto e io non potevo fare nulla per riportarlo in vita. Lo potevo solo seppellire, chiuderlo in una bara e farlo decomporre. Ho scelto allora di portare avanti la vita di mio figlio. Lo so che non c'è più Gabriele, ma tra buttare il corpo di mio figlio e farlo vivere ancora, non ho avuto dubbi. Mi auguro sempre che chi ha ricevuto gli organi di mio figlio abbia rispetto per la vita e sappia onorarla ogni giorno"


Intervista a Domenico Agnello

Domenico, raccontaci la tua esperienza.

"Quando avevo più o meno 18 anni, era il periodo in cui delle associazioni sensibilizzavano sul tema e davano dei biglietti da compilare e tenere in tasca, con le volontà sulla donazione. Io presi il biglietto e lo buttai senza pensarci due volte. A 25 anni mi è poi crollato il mondo addosso: la mia ragazza, che ora è mia moglie, faceva la tirocinante in un laboratorio di analisi e aveva bisogno di una cavia per esercitarsi a fare prelievi di sangue. Io stavo benissimo, quindi le stavo solo facendo un favore.

Invece gli esiti dicevano tutt'altro: nefrite di Berger, una patologia che fa sì che i reni si rimpiccioliscano sempre di più.

Onestamente non potevo crederci: lavoravo, giocavo a calcio e vivevo la mia vita senza alcun sintomo. Ho scoperto a mie spese che è una malattia subdola, assolutamente asintomatica. Il mio destino era o la dialisi a vita, o la morte.

Un prof. di Milano mi ha "allungato" la vita per due anni con una terapia, ma poi ho dovuto cedere alla dialisi: a giorni alterni 5 ore attaccato a una macchina, vivevo una vita a metà.

Dopo tre anni, il dono più grande: il rene di una donna di 42 anni mi è stato trapiantato. Questo è tutto quello che so e che posso sapere del mio donatore, ma io la ringrazio ogni giorno per avermi dato un'altra possibilità.

La passione per il calcio con la mia nuova vita si è trasformata in qualcosa di unico: sono adesso vicepresidente della nazionale calcio trapiantati, che ha lo scopo di sensibilizzare la gente e portare in alto il nome di chi ha fatto il gesto più bello che si possa fare, e per testimoniare che dopo un trapianto si vive meglio di prima".


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