“Il fuoco ha bruciato il verde, non ciò che siamo”: la lettera della Presidente Di Maggio alla comunità di Torretta


In seguito all’incendio che due giorni fa ha colpito il territorio di Torretta, abbiamo chiesto a Silvia Giada Di Maggio, Presidente del Consiglio Comunale, di scrivere una lettera alla sua comunità per raccontare ciò che visto e vissuto.

Nella foto: il Sindaco Scalici e la Presidente Di Maggio si abbracciano dopo che l’incendio è stato spento.


Scritto da Silvia Giada Di Maggio

28 luglio 2026


Per due giorni non sono riuscita a scrivere una sola parola. O meglio, le parole c’erano, ma erano tutte impronunciabili.

Poi ho capito che forse il modo migliore per raccontare quella giornata non è descrivere un incendio, ma raccontare una comunità.

Perché quello che è successo il 26 luglio non è stato soltanto il giorno in cui Torretta ha visto bruciare il suo verde. È stato il giorno in cui ho visto il volto più bello del mio paese.

Sono una cittadina di Torretta. Sono anche la Presidente del Consiglio comunale. Ma domenica, prima di tutto, ero una ragazza che è uscita di casa senza immaginare che poche ore dopo avrebbe visto cambiare il panorama della propria terra. 

Erano circa le undici del mattino quando sono uscita di casa e tutto era come sempre.

Il verde che circonda il Cozzo sembrava quello di ogni estate. Gli ulivi, i terreni, la macchia mediterranea. Quel paesaggio che spesso diamo per scontato perché pensiamo che ci sarà sempre.

Sono andata a Montelepre per una commissione insieme a un’amica. Durante l’appuntamento ricevo la prima telefonata. È mia cugina.

«Silvia, mi ha chiamato Rosario. Da Piano dell’Occhio vede una nube nera. Sta prendendo fuoco il Cozzo.»

Mi dico che prima di allarmarmi voglio capire meglio. Forse stanno bruciando delle sterpaglie, forse non è nulla di così grave. Provo a fare qualche chiamata ai vicini ma non faccio in tempo perché  iniziano ad arrivare le telefonate.

Una. Due. Dieci.

Sono cittadini. Mi avvisano del fuoco, mi chiedono di chiamare i soccorsi. Alcuni di loro lo hanno già fatto. 

La mia amica, quasi sorridendo, mi chiede:

«Ma perché chiamano te? Perché non chiamano direttamente i Vigili del Fuoco?»

E lì ho capito una cosa che probabilmente nessuno ti insegna quando scegli di amministrare una comunità.

Le persone non ti chiamano perché non sanno cosa fare. Ti chiamano perché cercano una voce in più. Un aiuto in più. Qualcuno che gridi insieme a loro quando hanno paura di non essere ascoltati.

Faccio immediatamente la prima chiamata ai soccorsi. Poi una seconda. Poi una terza. 

Attraversando la sp1 e poi la sp3 che portano a torretta, inizio a vedere il fumo. Inizio a preoccuparmi.

Nel frattempo continua a squillare il telefono. Mi chiama Erasmo, capisco che la situazione è veramente complicata. Poco dopo Franca. La voce di Franca me la ricorderò per tutta la vita. Lei è una persona solare, sempre sorridente. Quella domenica, invece, era in preda al panico. 

«Silvia, aiutaci! Chiama i soccorsi! Le fiamme sono altissime, non riusciamo a vedere cosa succede oltre casa nostra, ma più sopra c’è fuoco, sbrigati!»

Continuavo a ripeterle che li avevo già chiamati, che sarebbero arrivati. Tentavo di tranquillizzarla, di tranquillizzarmi. Ma sentivo il panico nella sua voce.

E mentre tornavo verso Torretta continuavo a chiedermi una sola cosa: “Cosa troverò quando arriverò?”

Arrivo in via Amedeo di Savoia, la scena davanti ai miei occhi è quella che ormai tutti abbiamo visto nelle fotografie.

Una nube nera enorme. Il cielo diventato rosso. E dietro quella nube non c’era un bosco.: c’erano le case.

Continuo a salire, incrocio decine di persone che scendono da via Dante. Una signora stringe un sacchetto tra le mani. Un’altra tiene una bottiglia d’acqua. Una mamma corre con un neonato in braccio. Unq visione. straziante.

Inizio a suonare il clacson quasi senza rendermene conto. Penso che se tutta quella gente sta scappando, allora il fuoco deve avere già raggiunto le abitazioni. E più salgo, più penso al Cozzo, la zona da cui partiva l’incendio. Perché lì il verde arriva praticamente fino alle porte delle case.

La prima cosa che facciamo quando arriviamo è allertare tutti e liberare le strade dalle automobili. Ragazzi in panico, ragazzi che fanno avanti e indietro per spostare le automobili e metterle al sicuro. 

Ogni macchina parcheggiata poteva diventare un ostacolo ai soccorsi. Ogni secondo poteva fare la differenza.

In quei minuti mi torna in mente un ricordo di quando ero bambina. Un altro incendio. Stessa zona. Da bambina, a scuola, ci avevano parlato degli incendi e dell’autocombustione. Pensavo a una formichina, a un pezzetto di vetro, al sole. Avevo bisogno di credere che nessuno potesse voler fare del male alla propria terra. Forse era il modo ingenuo con cui una bambina proteggeva la propria idea del mondo.

Oggi quella bambina vorrebbe ancora crederci, vorrebbe ancora pensare che sia stato il caso.

Ma la donna che sono diventata sa che, troppo spesso, dietro quelle fiamme c’è una scelta.

E sapere che quella scelta potrebbe essere stata compiuta da qualcuno che conosce questi luoghi, che li attraversa ogni giorno, che forse è cresciuto guardando gli stessi ulivi che guardavo io, è il pensiero che più mi lacera.

Non riesco a chiamarlo compaesano. Non riesco a chiamarlo concittadino. Sono parole che parlano di appartenenza. E io non sento di condividere nulla con chi ha deciso di ferire questa terra.

Mi auguro soltanto che chi ha fatto questo venga individuato e affidato alla giustizia. Non per vendetta, ma per rispetto. Per rispetto di una comunità che quella terra la ama. Per rispetto di chi l’ha coltivata prima di noi. Per rispetto di chi verrà dopo di noi. Perché a parte il verde, qui c’è chi ha rischiato la propria vita. Tra quelle persone c’era anche Umberto.

Umberto abita lì. È uno di noi. Fa il Vigile del Fuoco, aveva appena finito un turno di ventiquattro ore.

Era tornato a casa per riposare ma lo aveva chiamato sua moglie. Quando è uscito aveva ancora addosso tutta la stanchezza della notte appena trascorsa. Mi sono avvicinata e gli ho chiesto soltanto:

«Come ti posso aiutare?»

Non mi ha risposto da vigile del fuoco, ma da uomo che sapeva di avere pochissimo tempo.

«Troviamo tubi. Portiamo acqua»

E succede una cosa bellissima. Senza che nessuno organizzi nulla, decine di persone iniziano a cercare tubi, raccordi, corde, qualsiasi cosa possa servire per portare l’acqua il più vicino possibile alle fiamme.

Ognuno fa quello che può: chi porta un tubo, chi apre una cisterna, chi bagna un terreno, chi corre, chi consola, chi semplicemente resta lì. Insieme.

Poi però Umberto perde i sensi. Sono attimi di panico, chiamo l’ambulanza. Umberto non risponde. Accorriamo tutti. Umberto non si era riposato, non aveva mangiato, aveva solo fatto quello che fa da tutta la sua vita: il vigile del fuoco. Ma era lì e non rispondeva alle nostre grida.

Quando si riprende chiede: “Quanto sono mancato? Quanto ho dormito?” 

“Poco” gli risponde mio padre, che non trattiene le lacrime. Cioè ci rendiamo conto? Un cretino/nq ha appiccato il fuoco e uno che tentava di riparare al suo danno ci stava perdendo la vita! La rabbia è l’unico sentimento che in quel momento ha attraversato ognuno di noi. Poi Umberto si è ripreso, ha indossato di nuovo gli scarponi ed è tornato in mezzo alle fiamme.

A un certo punto qualcuno grida: «Bagnate gli ulivi!»

Ed è lì che capisco che non stiamo cercando di salvare soltanto degli alberi. Stiamo cercando di salvare la nostra memoria. Quegli ulivi raccontano la storia di Torretta: sono stati piantati dai nostri nonni e curati dai nostri genitori.

Se penso alla raccolta delle olive penso alla mia infanzia, alle famiglie riunite, ai racconti, alle mani sporche di terra. Ho visto una coppia salire verso il proprio terreno. Non stavano andando a controllare delle piante, stavano andando a vedere se una parte della loro vita fosse ancora lì.

Nel frattempo sentiamo degli scoppi. Sembrano fuochi d’artificio, ma non lo sono. Sono i pali della luce che cedono al calore delle fiamme. I fuochi d’artificio che dovevano celebrare San Calogero alla fine li abbiamo visti lo stesso, ma erano quelli dell’incendio.

Mi avvicino ancora e guardo a terra: le tubature dell’AMAP erano completamente sciolte.

Ed è lì che ho avuto davvero paura.

Non per quello che stava accadendo in quel momento, ma per quello che sarebbe accaduto il giorno dopo.

Conosco bene cosa significa ripristinare una rete idrica e quelli che sono i disservizi legati alla mancanza di erogazione giusto in estate.

Ho pensato immediatamente alle famiglie che sarebbero rimaste senza acqua, senza luce, nel pieno dell’estate, dopo avere già visto la propria terra bruciare.

Già lì alcuni cittadini iniziavano a dire non c’è più luce, non c’è più acqua. 

In quel momento ho capito che amministrare significa anche questo.

Non guardare soltanto l’emergenza. Provare a vedere già le sue conseguenze.

Ho chiamato Damiano, ero in preda al panico. Gli ho spiegato quello che stava succedendo. Con una  lucidità disumana mi risponde “chiamo immediatamente”. E da quel momento è partita una catena di telefonate che non si è più fermata. 

Ogni segnalazione diventava un intervento. Ogni problema trovava qualcuno disposto ad affrontarlo.

Spesso un cittadino vede solo ciò che non viene fatto. È umano. Una strada, una buca, un lampione, una pratica. Ma domenica ho visto anche tutto quello che normalmente nessuno vede. Ho visto decine di persone, amministratori, soccorritori, tecnici, dirigenti, operatori, rispondere a ogni telefonata senza chiedere a chi toccasse. E forse, per una volta, è giusto raccontare anche questo. Il senso del dovere che si muove oltre ogni cosa. 

Nel giro di pochissime ore: 

sono arrivati gli operatori di E-Distribuzione, sono arrivati i tecnici di AMAP per il sopralluogo, la Protezione Civile continuava a distribuire acqua, Giuseppe è arrivato con casse e casse d’acqua quando avevamo ormai svuotato frigoriferi e scorte per sostenere cittadini e soccorritori.

Ed è lì che ho visto un’altra cosa meravigliosa: le Istituzioni che lavorano insieme.

L’amministrazione comunale, le società che gestiscono i servizi essenziali, le Forze dell’Ordine, i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile, i volontari, i cittadini.

Nessuno chiedeva di chi fosse la competenza. Tutti si chiedevano soltanto:

«Cosa possiamo fare, subito?»

In quel momento ho capito davvero cosa significa amministrare.

Non significa fare quello che farebbe un Vigile del Fuoco. Non significa sostituirsi ai soccorsi. Significa provare a vedere un passo più avanti.

Se un cittadino vede il palo che cade, tu devi già pensare alle famiglie che quella sera resteranno senza corrente. Se vedi una condotta dell’acqua sciolta, devi già chiederti come fare perché il giorno dopo quelle persone possano aprire un rubinetto. Se qualcuno ti chiama spaventato, non basta rassicurarlo, devi fare in modo che quella telefonata diventi un intervento.

È questo, forse, il momento in cui smetti di sentirti soltanto una cittadina.

Perché continui ad avere la stessa paura degli altri, continui a piangere come gli altri, ma senti anche il dovere di fare un passo in più.

Di provare a vedere ciò che gli altri, comprensibilmente, in quel momento non possono ancora vedere. Accettare che probabilmente quelle scelte che farai saranno sbagliate, arrendersi al fatto  che quello a cui rinunci  quotidianamente non lo vedrà nessuno. 

Quando, dopo 7 lunghe ore, l’ultimo Canadair ha effettuato il suo ultimo lancio, ero con  Damiano. 

La sua camicia bianca era diventata puntellata grigia dalla cenere, l’aria era irrespirabile. E per assurdità piovigginava. Qualcuno disse: sono le lacrime di San Calogero. 

Ci siamo guardati. Ci siamo abbracciati. Ci siamo messi a piangere scaricando l’ansia. Non perché avessimo risolto tutto, ma perché, almeno per quel giorno, il peggio era stato evitato. 

Chi amministra una comunità vive anche questo: porta sulle spalle il peso del dolore della propria gente, anche quando quel dolore è stato provocato dalla mano di qualcun altro.

Oggi l’acqua è tornata. La luce è tornata. Il verde, invece, impiegherà anni per rinascere.

Mi affaccio dalla finestra e vedo cenere dove fino a poche ore prima c’era vita.

Eppure, in mezzo a quel grigio, continuo a vedere qualcosa di bellissimo.

Vedo Torretta. Quella vera. Quella che corre ad aiutare, che non aspetta che sia qualcun altro a fare il primo passo. Quella che condivide una bottiglia d’acqua, che presta un tubo, che apre un pozzo, che risponde a una telefonata. Quella che non lascia mai solo nessuno.

Questa è la Torretta che voglio raccontare e che tutti devono conoscere.

Perché il fuoco ha bruciato il nostro verde, ma non riuscirà mai a bruciare ciò che siamo.


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