Partire da Libero Grassi per non dimenticare Vincenzo Spinelli


Scritto da Antonio Zangara

Domenica 30 agosto 2026


Il 29 agosto 2026 Palermo si è fermata di nuovo. Nel trentacinquesimo anniversario della morte di Libero Grassi, la città ha ripercorso ancora una volta quella strada, quella lettera aperta, quel corpo caduto davanti alla propria azienda. Alla cerimonia hanno preso parte le istituzioni cittadine, a partire dal sindaco Roberto Lagalla, mentre l'associazione Addiopizzo ha affisso in diversi quartieri striscioni in sua memoria, ricordando come il fenomeno delle estorsioni non sia affatto scomparso da Palermo, con nuove intimidazioni registrate negli ultimi mesi in alcune borgate della città.

È giusto ricordare Libero Grassi. Lo si fa ogni anno, con dignità, e lo si deve continuare a fare. Ma proprio in occasioni come questa, quando la memoria di un uomo diventa memoria di tutti, viene naturale chiedersi chi altro, prima di lui, ha detto no e non ha avuto nessuno a ricordarlo? La risposta ha un nome, Vincenzo Spinelli. Un uomo che il 30 agosto 1982, nove anni prima di Grassi, ha pagato con la vita la stessa scelta di dignità, e che per troppo tempo è rimasto un nome scritto solo nei fascicoli giudiziari. 

Vincenzo un uomo che non si è piegato, in anni in cui nessuno lo notava.

Proviamo a immaginarlo, Vincenzo Spinelli, dietro il bancone del suo negozio di tessuti in piazza Alcide De Gasperi, a Palermo. Il negozio si chiamava Valtiz, un nome nato dalle iniziali delle sue due figlie. Era un negozio importante, molto bello ed elegante, frequentato da una clientela raffinata. Un commerciante come tanti, con una famiglia, una moglie, due figlie. E, come tanti commercianti palermitani di quegli anni, con un problema che non si poteva raccontare al bar, le visite periodiche dei soldati di Cosa nostra, venuti a riscuotere il pizzo.

Spinelli disse no. Non una volta soltanto, ma ripetutamente, nonostante le conseguenze che quel no cominciò presto a portarsi dietro. Nel 1977 gli rapinarono il negozio. Due anni dopo, per una di quelle coincidenze che a volte cambiano un destino, lui e la moglie riconobbero uno dei rapinatori a cena in un ristorante della città. Lo denunciarono, sapendo, o forse non sapendo fino in fondo, che quel giovane era legato a famiglie di peso nella mafia palermitana. Gli emissari di Cosa nostra provarono a fargli ritirare la denuncia. Lui non lo fece. E in un ambiente dove il silenzio era la regola e la parola onore veniva rovesciata per giustificare il ricatto, un uomo che denunciava e non arretrava diventava, nel loro gergo, un tipo marcio, qualcuno da eliminare, per dare l'esempio a chi fosse tentato di seguirlo. Il 30 agosto 1982 lo uccisero. Aveva anticipato di quasi un decennio il gesto per cui oggi ricordiamo Libero Grassi. Ma mentre Grassi sarebbe diventato, giustamente, un simbolo nazionale, Spinelli venne inghiottito dal silenzio.

Non è stata una dimenticanza casuale. Bisogna calarsi in quegli anni per capirlo, l'inizio degli anni Ottanta a Palermo era un tempo di sangue, di guerra di mafia, di uno Stato ancora incapace, o non del tutto disposto, a leggere fino in fondo ciò che stava accadendo nelle sue strade. La sensibilità collettiva verso la lotta alla mafia che oggi diamo quasi per scontata non esisteva ancora, sarebbe nata, dolorosamente, solo dieci anni più tardi, con le stragi di Capaci e di via D'Amelio.

In quel clima, la morte di un commerciante di tessuti passò quasi inosservata. Le indagini imboccarono strade sbagliate, si parlò di dissesti finanziari, di vicende private, di tutto tranne che della verità. Il primo processo, nel 1992, si chiuse senza un colpevole certo, e la giustizia arrivò persino a definire Spinelli, con un'espressione che oggi suona quasi crudele, una "presunta vittima di mafia". Come se il dubbio potesse ancora esistere su un uomo ucciso per non aver ceduto al ricatto.

La verità arrivò solo più tardi, per vie traverse, grazie alla collaborazione di giustizia di uno degli stessi killer, Francesco Onorato, che confermò ciò che la famiglia aveva sempre saputo, Spinelli era stato ammazzato apposta, come monito, per insegnare a chiunque altro cosa sarebbe successo a chi avesse osato dire no. Sulla base di quella confessione, la Corte d'appello di Palermo condannò all'ergastolo il boss Giuseppe Savoca, Onorato ebbe dodici anni per la sua collaborazione. Altri imputati, tra cui il latitante Salvatore Lo Piccolo, furono assolti per insufficienza di prove.

Se oggi possiamo raccontare questa storia, il merito non è tanto delle istituzioni quanto di chi Vincenzo Spinelli lo ha perso davvero, le figlie Valeria e Tiziana, che negli anni hanno raccontato pubblicamente, e con parole semplici e dirette, cosa significò per la loro famiglia vivere quella progressione di paura, prima le rapine, poi le lettere anonime, poi le minacce di rapimento, infine l'omicidio. Per anni, dopo la morte del padre, le due donne portarono con sé anche un altro peso, la vergogna e il timore del giudizio altrui, al punto da raccontare per lungo tempo, fuori dalla cerchia più stretta, che fosse morto d'infarto, incapaci di affrontare apertamente la verità su un omicidio di mafia. Parlano di un padre che credeva nella giustizia al punto da continuare a denunciare anche quando sapeva cosa rischiava. È un tipo di coraggio silenzioso, quello di chi non scrive lettere aperte sui giornali ma resiste ogni giorno, nel proprio piccolo negozio, senza che nessuno fuori dalla propria cerchia se ne accorga.

A questa memoria familiare si sono affiancati, negli anni, alcuni magistrati che hanno voluto ricostruire fino in fondo la verità, e più di recente un libro, Come mafia non comanda di Vincenzo Ceruso, insieme a diverse iniziative che ogni anno, nell'anniversario della sua morte, provano a riportare il suo nome fuori dai fascicoli e dentro la memoria pubblica.

Ricordare Vincenzo Spinelli non significa sminuire Libero Grassi, né mettere le loro storie in competizione. Significa, semmai, completare un racconto che per troppo tempo è rimasto a metà. Entrambi hanno detto no nello stesso modo, nella stessa città, per la stessa ragione. Uno è diventato un simbolo. L'altro è rimasto, per decenni, un fascicolo giudiziario e il dolore privato di una famiglia.

La differenza non sta nel coraggio dei due uomini, che fu identico, ma nella sensibilità di un'epoca che non era ancora pronta ad ascoltare. Oggi, mentre ogni anno rinnoviamo la memoria di Grassi, vale la pena fare lo stesso per Spinelli, non come gesto di riparazione tardiva, ma come atto dovuto verso chi ha pagato con la vita una scelta di dignità, in anni in cui farlo significava restare, quasi sempre, soli.


Avanti
Avanti

Palermo, cerimonia all'Ucciardone per il 47° anniversario dell'omicidio del maresciallo Di Bona