Neurodivergenze: comprendere i funzionamenti diversi dalla norma
Negli ultimi anni sentiamo sempre più parlare di ADHD, autismo, dislessia e altre neurodivergenze. Ma cosa significa davvero essere “neurodivergenti”? E perché oggi se ne parla così tanto?
Su Compaesano inizia una nuova rubrica divulgativa a cura della dott.ssa Barbara Palazzolo: in questo primo articolo vi spieghiamo cosa sono le neurodivergenze e come funziona la diagnosi.
Dott.ssa Barbara Palazzolo
29 gennaio 2026
Negli ultimi anni sentiamo sempre più parlare di ADHD, autismo, dislessia e altre neurodivergenze. Ma cosa significa davvero essere “neurodivergenti”? E perché oggi se ne parla così tanto?
Con il termine “neurodivergenze” si fa riferimento a modalità di funzionamento neurobiologico che si discostano da ciò che viene considerato tipico da un punto di vista statistico. Rientrano in questo concetto condizioni come l’ADHD, l’autismo, i disturbi specifici dell’apprendimento e altre differenze nel modo di elaborare informazioni, regolare l’attenzione, percepire gli stimoli e relazionarsi con l’ambiente. Non si tratta di malattie, ma di varianti del funzionamento umano che possono risultare più o meno adattive a seconda dei contesti. Molti ambienti educativi, sociali e lavorativi sono costruiti su aspettative di funzionamento neurotipico, e questo può rendere più faticosa la partecipazione per chi presenta modalità di funzionamento diverse. Parlare di neurodivergenze significa quindi spostare lo sguardo dal deficit alla comprensione del funzionamento, tenendo insieme limiti, bisogni e potenzialità.
La diagnosi
Nel parlare di neurodivergenze, la diagnosi viene spesso temuta perché associata all’idea di medicalizzazione o di “qualcosa che non va”. In realtà, il termine diagnosi indica un processo di riconoscimento e comprensione. In questo ambito, non serve aetichettare una persona, ma a dare un nome a un funzionamento, rendendo leggibili difficoltà a lungo fraintese. La diagnosi diventa così uno strumento di orientamento, che aiuta la persona, la famiglia e i contesti educativi a comprendere meglio le fatiche e a individuare strategie più adeguate. Non cambia chi è la persona, ma permette di osservarla con maggiore chiarezza e rispetto.
Perché oggi sentiamo parlare così tanto di neurodivergenze?
Il fatto che oggi le neurodivergenze siano più presenti nel dibattito pubblico non significa che si tratti di una realtà nuova o di una moda recente. Piuttosto, è cambiato il modo in cui osserviamo e descriviamo il funzionamento umano. La ricerca psicologica e neuroscientifica ha progressivamente messo in discussione l’idea di una normalità unica, riconoscendo che esistono diversi modi di pensare, apprendere, percepire e regolarsi emotivamente.
Allo stesso tempo, oggi disponiamo di strumenti concettuali e osservativi più precisi per distinguere ciò che riguarda il funzionamento individuale da ciò che dipende dal contesto. Alcune caratteristiche che in passato venivano interpretate come tratti di personalità, svogliatezza o difficoltà generiche vengono oggi lette con maggiore accuratezza. Parlare di neurodivergenze, quindi, non significa creare nuove categorie, ma nominare in modo più consapevole differenze che sono sempre esistite.
Perché oggi si fanno più diagnosi?
L’aumento delle diagnosi non indica quindi che le neurodivergenze siano più frequenti rispetto al passato. Diversi fattori contribuiscono a spiegare questa maggiore identificazione.
Da un lato, c’è più consapevolezza: genitori, insegnanti e professionisti sono oggi più attenti ai segnali di funzionamenti diversi. In passato molti bambini venivano semplicemente etichettati come pigri, svogliati o problematici, senza approfondire le ragioni dei loro comportamenti.
Dall’altro lato, la ricerca e la pratica clinica hanno reso disponibili strumenti diagnostici più raffinati, capaci di individuare specifiche caratteristiche cognitive, attentive, sensoriali ed emotive. Anche la maggiore sensibilizzazione in ambito scolastico e sociale ha contribuito a ridurre stigma e incomprensioni, favorendo una lettura più informata delle difficoltà.
Differenze di genere nelle neurodivergenze
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda le differenze di genere, che non dipendono esclusivamente dalla biologia ma sono fortemente influenzate dall’ambiente. Fin dalla nascita, bambine e bambini ricevono stimoli, educazione e aspettative differenti, che incidono sul modo in cui le difficoltà vengono espresse e riconosciute.
Le bambine sono spesso sottodiagnosticate perché i loro segnali risultano meno evidenti sul piano comportamentale. Nell’ADHD, ad esempio, tendono a manifestare maggiori difficoltà attentive piuttosto che comportamenti impulsivi: a scuola restano sedute, non disturbano la classe, ma faticano a mantenere la concentrazione.Molte bambine sviluppano precocemente strategie di mascheramento (masking), cioè modalità consapevoli o automatiche per adattarsi alle aspettative sociali. Possono imitare comportamenti, modulare le risposte emotive e apprendere regole sociali osservando gli altri, rendendo meno visibili le difficoltà. Questo mascheramento non indica l’assenza di un funzionamento neurodivergente, ma ne rende più complessa l’identificazione, soprattutto nei contesti scolastici e clinici. Inoltre, nelle bambine è più frequente una forte internalizzazione del disagio, con ansia, preoccupazione e tristezza, che possono essere interpretate come disturbi d’ansia o dell’umore. Questi quadri possono effettivamente presentarsi come secondari al funzionamento neurodivergente, ma se letti isolatamente rischiano di ritardare una comprensione più completa.
Oggi, grazie a una maggiore attenzione a queste differenze, è possibile riconoscere con maggiore accuratezza funzionamenti che in passato rimanevano invisibili. Questo permette a più persone di accedere a una lettura adeguata delle proprie difficoltà e a supporti più mirati, senza ridurre la complessità dell’esperienza individuale.

