L’Orto di Rosolino: dalla papaya al caffè, coltivazioni tropicali bio in Sicilia
Scritto da Vanessa Leone
Foto di Francesco Cipriano
Giovedì 06 agosto 2026
Tra banani, papaya e agromeopatia, Floriana e Rosolino coltivano un microclima unico in Sicilia. Certificato bio anche per il caffè.
Nella valle dello Zucco, nei territori dell’ex Ducato d’Aumale, c’è un fazzoletto di terra che profuma di tropici. Si chiama L’Orto di Rosolino, e da circa 7 anni Floriana Catanzaro e suo marito Rosolino Palazzolo, coltivatore biologico alla terza generazione, lo stanno trasformando in un caso che fa parlare di sé anche all’estero.
Qui non si usano pesticidi da tantissimi anni. E questo ha permesso al suolo di creare “un microclima protetto”.
“Agromeopatia, ovvero curiamo le piante con le piante”, spiega Floriana mentre ci accompagna tra le serre. “E non essendoci stato uso di pesticidi, in questo suolo si è creato un microclima protetto che dà la possibilità a ogni pianta di lasciare la propria memoria. Si salvano tra loro”.
Il concetto è romantico quanto scientifico: si attivano i meccanismi di autodifesa della pianta contro parassiti o siccità, senza usare la chimica.
Entriamo nella serra e l’aria cambia subito. È una cappa umida e calda dove regnano banani, papaya e, al centro, il vero tesoro: la pianta del caffè.
“In questa serra, la ricca pacciamatura fa da copertina di Linus al terreno e lo protegge, lo rende umido al punto giusto e conserva tutte le proprietà necessarie alla sana vita delle piante”, racconta Floriana.
La papaya è una delle prime piante arrivate qui 25 anni fa.
“La papaya verde è quella non matura, tipica della cucina thai, condita con limone, quasi a macerarla, aggiungendo sale, pepe, cetrioli, scalogno e mentuccia fresca diventa un’insalata freschissima” spiega Floriana. E avverte: “Contiene papaina, un latte urticante che, se ingerito è innocuo per l’organismo, sulla pelle ha invece effetto corrosivo. Si usa in cucina per ammorbidire la carne di selvaggina. Infatti la papaya verde va sempre pulita sotto il getto d’acqua corrente per evitare di contaminare le mani”.
Quella matura è tutta un’altra storia, ci racconta Rosolino. “La buccia tritata è un fertilizzante naturale, i semi neri lavati e asciugati si ingeriscono per depurare il fegato, e frullati diventano una spezia profumata per condire la carne. È ricca di antiossidanti, beta carotene e vitamina C”.
E ancora: “Le foglie secche si usano per fare infusi depurativi per il fegato. Le foglie verdi invece si usano per decotti che se assunti alzano le piastrine in caso di pazienti oncologici, quindi non le vendiamo ma le regaliamo a chiunque ce le chieda".
Anche le banane hanno il loro spazio in questo piccolo pezzo dei tropici. Sono varietà delle Canarie: “Le raccogliamo verdi e poi diciamo ai clienti come farle maturare. Si mangia anche il cuore del tronco, il fiore... e anche le foglie! I venezuelani lo usano per fare le yacca, una sorta di brociolone ripieno di carne”.
Ma è soprattutto il caffè a raccontare la particolarità delle coltivazioni di Rosolino. Alcune piante portano il braccialetto: sono oggetto di studio del gruppo gruppo di ricerca in Frutticoltura Tropicale e Subtropicale del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali (SAAF) dell'Università degli Studi di Palermo, perché quello di Rosolino è un caso raro: “Avevo una sola pianta e tutti mi dicevano che non avrei mai fatto caffè. Ma io mi sono incaponito... dopo 6 mesi la fioritura, l’anno successivo le palline rosse, ovvero il frutto che custodisce il caffè. Tolta la cascara, il chicco avvolto da mucillagine si presentava color miele. Ero curioso e ho chiesto aiuto a un tostatore. Tutti i frutti rimasti li ho raccolti e seminati. E ora ho 800 piante adulte, e 1500 in preparazione anche se di altre varietà”.
Viene raccolto tutto a mano. Dalla cascara nascono tisane energizzanti con limone e menta. Poi ci sono tre lavorazioni: Natural, Honey e Lavato. “A seconda di come lo lavori, diventa un caffè diverso” spiega Rosolino.
Niente moka: “È un caffè fatto col filtro, all’americana. Ci sono tempi di infusione, temperature da rispettare. Il caffè per i cultori è una pausa lunga, non un goccetto al volo" sottolinea Floriana, che ci tiene tanto al tempo lento della sua campagna.
Non viene tostato da loro: “Da quando viene raccolto, il caffè viene fermentato e questo altera il sapore. Il raccolto scorso è stato valutato con un punteggio di 85/100 in Etiopia, e stimato sui 500 euro al kilo” spiega Rosolino. È la varietà Caturra del Costa Rica, ma che subisce molti sbalzi di temperatura come quello di altura. Delicato da mantenere, ma dalla resa evidentemente straordinaria.
Floriana ha scelto «Caffè del Duca» come nome commerciale del prodotto, richiamando la storia di Henri d’Aumale: «Conoscete la storia di Henri d’Aumale e del vino? All’epoca nessuno pensava che fosse possibile produrre vino qui, il Duca d’Aumale invece sì. È successo lo stesso con Rosolino e il caffè: nessuno pensava che fosse possibile, ma lui lo ha fatto».
La coltivazione del caffè richiede conoscenze specifiche, che Floriana e Rosolino hanno approfondito anche attraverso viaggi nei luoghi di produzione: "Nei nostri viaggi in Sud America ci confrontiamo per conoscere i segreti della coltivazione e adattarli alla nostra terra. L’umidità è necessaria per la fioritura, che è la parte più importante della vita della pianta”
Per capire come si documentano e come acquisiscono le conoscenze necessarie a coltivare specie così diverse da quelle tradizionalmente presenti in Sicilia, Floriana e Rosolino raccontano il loro metodo: «Cerchiamo in rete, sperimentiamo, viaggiamo e capiamo», rispondono all’unisono.
Un percorso fatto di ricerca e sperimentazione che li ha portati anche a ottenere una certificazione che, spiegano, rappresenta un caso unico in Europa: «Siamo l’unica azienda europea con certificato biologico del caffè».
La scelta di puntare sulle coltivazioni tropicali nasce però molto prima del caffè, circa 25 anni fa, quando nell’azienda furono piantate le prime piante di papaya. «È nato tutto per la papaya, 25 anni fa. Con quelle otto piante... Poi mia madre si è ammalata», racconta Floriana. «Le servivano le foglie e abbiamo scoperto che i frutti tropicali hanno proprietà che i nostri non hanno. Sono tutti curativi. Non è un caso se in Sud America ci sono tanti ultracentenari in salute: si nutrono di frutta e verdura tropicale».
Da quella prima esperienza è nata una coltivazione sempre più ampia, con annona, guava, black sapote, avocado, jackfruit e frutto della passione. Proprio da quest’ultimo nasce anche il Maracujello, un liquore premiato. A completare la produzione c’è il Rosso Caffè, ottenuto dalla cascara del caffè, un’altra creazione della coppia di coltivatori che si prepara a essere presentata a nuovi concorsi.
La vendita avviene anche attraverso il servizio di consegna a domicilio, attivo due volte alla settimana a Palermo e in provincia attraverso l’app: la piattaforma consente di completare l’ordine in modo semplice e la consegna è avvenuta regolarmente, con prodotti freschi e confezionati, tutti biologici secondo i criteri adottati dall’azienda. Le spedizioni vengono effettuate anche nel resto d’Italia e all’estero, previo accordo con l’azienda sulle modalità di consegna.
Prima di lasciare Floriana e Rosolino, inevitabilmente si finisce a parlare dei prossimi progetti. Rosolino guarda alla trasformazione del prodotto e pensa alla possibilità di dedicarsi alla tostatura del caffè direttamente in azienda. Floriana, invece, ha già in mente una nuova coltivazione: il cacao.
È la naturale prosecuzione di un percorso iniziato 25 anni fa con poche piante di papaya e cresciuto, nel tempo, attraverso sperimentazione, viaggi e nuove coltivazioni.
Per conoscere le coltivazioni, i prodotti e il servizio di consegna, è possibile consultare il sito dell’azienda.

