Omicidio Salvatore Zangara, archiviata l’inchiesta: “La verità cammina per le strade di Cinisi in silenzio”


Scritto da Francesco Cipriano

30 luglio 2026


Si chiude senza responsabili l’inchiesta sull’omicidio di Salvatore Zangara, ucciso a Cinisi l’8 ottobre del 1983 durante la seconda guerra di mafia. Il giudice per le indagini preliminari Antonella Consiglio ha disposto l’archiviazione del procedimento che vedeva indagati Giovannello Greco e Domenico Saputo. La notizia è stata diffusa da LiveSicilia.

In precedenza i familiari di Zangara si erano opposti alla prima richiesta di archiviazione, ottenendo dal Gip un supplemento di indagini. Greco e Saputo erano stati indicati come componenti del commando responsabile dell’agguato sulla base delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo. Gli ulteriori accertamenti, però, non hanno portato nuovi elementi né riscontri sufficienti a sostenere le accuse.

Antonio Zangara: “La verità cammina per le strade di Cinisi, ancora una volta in silenzio”

Compaesano ha contattato Antonio Zangara, figlio di Salvatore, per chiedergli di commentare l’archiviazione. Ecco la sua risposta:

“Sono passati più di quarant'anni. Quarant'anni di silenzio, di attese, di porte chiuse in faccia. Quella sera, in piazza a Cinisi, mio padre Salvatore fu ucciso da proiettili che non erano destinati a lui. Un uomo onesto, un lavoratore, un padre di famiglia, cancellato in un istante dalla furia cieca di una guerra di mafia a cui non apparteneva e che non aveva scelto. E da allora, silenzio su silenzio, fino a oggi.

Oggi apprendo che l'inchiesta, che ho voluto fortemente e per cui non ho mai smesso di lottare in questi quarant'anni, è stata archiviata. Ancora una volta. Nessun colpevole, nessuna verità, nessuna giustizia. Un'archiviazione che arriva nonostante un supplemento di indagini disposto dallo stesso Gip, che però non ha portato nulla di nuovo, perché forse non si è cercato abbastanza, non si è cercato bene. La Procura ha scelto di chiudere un fascicolo. Ma un fascicolo non è una vita, e la vita di mio padre non si chiude per decreto.

Come è possibile che non si sia riusciti a fare piena luce su un omicidio che ha spezzato la vita di un innocente e ferito altre due persone estranee a quelle logiche criminali? Come è possibile che in una terra che pure ha conosciuto tanti collaboratori di giustizia a conoscenza di fatti di sangue analoghi, la verità su mio padre resti ancora sepolta sotto quarant'anni di polvere?

E non è solo un problema di indagini che non trovano riscontri. È un problema di silenzio, un silenzio che ha un nome e un indirizzo preciso: Cinisi. La verità cammina per le strade di quel paese, ogni giorno, negli sguardi e nelle memorie di chi c'era. La Questura ha sentito tante persone presenti in piazza la sera in cui mio padre fu ucciso, testimoni diretti di quei momenti. E quelle persone, ancora oggi, continuano a non voler parlare. Un silenzio che si protrae da quarant'anni e che alimenta la voglia di un complice oblio, come se tacere fosse più comodo che ricordare, come se il tempo passato bastasse a cancellare il dovere di dire la verità. Ma il tempo non cancella nulla. Il tempo, semmai, rende ancora più colpevole chi sa e sceglie di continuare a tacere.

E c'è di più, e lo dico con forza. Ho avuto modo, personalmente, di ascoltare collaboratori di giustizia di grande rilievo che confermano quanto dichiarato dal pentito Salvatore Palazzolo sui fatti dell'8 ottobre 1983, pur essendo essi stessi detenuti al momento dell'omicidio di mio padre, segno che la conoscenza di quella tragica notte non si è fermata a un solo testimone, ma attraversa più voci, più memorie, più storie di uomini che hanno vissuto quel mondo da dentro. E in più occasioni, dagli stessi pentiti, mi è stato detto qualcosa che considero non un dettaglio, ma la chiave di tutto, i pubblici ministeri, negli interrogatori, hanno posto la domanda in modo sbagliato. Sbagliato nel metodo, sbagliato nella sostanza. Non si deve chiedere di Salvatore Zangara, un nome sconosciuto agli ambienti mafiosi, un cittadino che con quel mondo non aveva nulla, nulla a che spartire. La domanda giusta, quella che forse avrebbe finalmente squarciato il silenzio, è un'altra, ed è semplice: "Mi racconti degli attentati subiti da Procopio Di Maggio." È lì, in quell'obiettivo, in quell'agguato pensato per altri, che si nasconde la verità su mio padre, vittima innocente, vittima casuale, vittima di un errore che nessuno ha mai voluto davvero indagare fino in fondo.

Non mi arrendo. Non mi arrenderò mai. La memoria di mio padre Salvatore Zangara non si archivia insieme a un fascicolo giudiziario. Continuerò a chiedere, con tutta la forza che ho, verità e giustizia. Per lui. E per tutte le vittime innocenti di mafia che ancora, in silenzio, aspettano un nome e una responsabilità.

Perché la verità non è un privilegio concesso a pochi, né una cortesia che si può negare, è il sacro diritto di ogni uomo, e nessuna archiviazione potrà mai togliermelo”. 

Libera: “Oltre l’80% delle famiglie di vittime innocenti di mafia senza verità e giustizia”

Sull’archiviazione si è espressa anche l’associazione Libera, vicina alla famiglia Zangara e alle famiglie di vittime innocenti di mafia:

“Esprimiamo la nostra vicinanza alla famiglia Zangara, impegnata da anni nella richiesta di verità e giustizia per l'omicidio di Salvatore Zangara, un cittadino onesto e impegnato nella comunità di Cinisi, vittima di un conflitto a fuoco nella violentissima Palermo dei primi anni '80, mentre dei sicari sparavano sulla folla nel tentativo di uccidere il boss Procopio Di Maggio. Purtroppo non è un caso isolato: in Italia sono oltre l'80% le famiglie delle vittime innocenti di mafia che non hanno mai ottenuto verità e giustizia. La richiesta di verità non può archiviarsi insieme al fascicolo giudiziario, e continuiamo a confidare in nuove ipotesi investigative. Nel frattempo, la memoria di Salvatore Zangara, come quella di tutte le vittime innocenti delle mafie, resta per noi un impegno che non si esaurisce con un'archiviazione”.


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