«Non ha preso fuoco, si deve rifare»: il retroscena dell'attentato all'Eni di Capaci
Scritto da Francesco Cipriano
17 luglio 2026
Un’intimidazione pianificata e ordinata direttamente dalla cella di una prigione, un minorenne arrestato, la volontà di ripetere l’attentato per provocare ancora più danni. Ma anche un litigio via WhatsApp per la spartizione del compenso. Sono i dettagli investigativi che emergono dall’ordinanza di fermo disposta dalla Procura di Palermo, che ha svelato i presunti responsabili della volenta serie di attentati in stile mafioso, messi in atto per imporre il pizzo ai commercianti della zona nord-occidentale del capoluogo e di alcuni comuni dell’hinterland.
Tra i bersagli del racket c'è anche Capaci, dove il 6 giugno scorso una banda proveniente dal quartiere Zen ha appiccato un incendio presso il distributore di benzina/autolavaggio Eni di via Monsignor Siino.
Il meticoloso lavoro degli inquirenti ha permesso di ricostruire ogni singola fase dell’attentato e individuare i presunti responsabili: Salvatore Verga come mandante, Rosario Piazza come intermediario e Gian Mattia Celestino come esecutore materiale, quest'ultimo in concorso con un complice non ancora identificato.
Una dinamica cristallizzata dagli investigatori anche grazie al sequestro del cellulare di Piazza, finito in manette lo scorso 11 giugno.
Il primo tentativo fallito: l'arresto del "bambino" dello Zen
La macchina organizzativa dell'attentato si mette in moto la sera del 3 giugno 2026. Salvatore Verga, nonostante sia detenuto nel carcere di Trani, in Puglia, riesce a mantenere i contatti con l'esterno. Invia via WhatsApp a Rosario Piazza un video-sopralluogo della stazione di servizio Eni di via Monsignor Siino, gestita dalla GP Srl della famiglia Giuliano. Le direttive sono chiare: rubare un’auto, piazzarla all’interno dell’autolavaggio e darle fuoco.
Quella stessa notte, però, il piano subisce un brusco contrattempo. Il giovane reclutato per rubare il mezzo — un minorenne di soli sedici anni — viene intercettato e arrestato in flagranza di reato dai Carabinieri nel quartiere Zen di Palermo. Un secondo complice riesce a fuggire.
Alle 4 del mattino, Piazza scrive a Verga per aggiornarlo sull'imprevisto:
«Me fra, un macello. Hanno arrestato al ragazzo. Menomale che le bombolette le ha nascoste. Gli imputano solo la macchina».
L'arresto del sedicenne, che rischia di finire in comunità o al carcere minorile Malaspina, non ferma la volontà della banda. Anzi, dal carcere di Trani l'ordine di Verga è perentorio: si deve andare avanti. Ventiquattr'ore dopo, la sera del 4 giugno, ignoti rubano a Terrasini una Fiat Qubo, il mezzo che verrà effettivamente utilizzato e dato alle fiamme due giorni dopo a Capaci.
Il pressing dal carcere
Il 5 giugno, mentre si definiscono gli ultimi dettagli logistici, la tensione tra il mandante dietro le sbarre e l'intermediario allo Zen sale alle stelle. Verga teme che il colpo possa saltare di nuovo e pressa Piazza, accusandolo velatamente di immobilismo:
Verga: «Frate, buongiorno. Ho capito che se non ci sei tu non si fa niente».
Piazza, appena dimesso dall'ospedale per un infortunio, si difende strenuamente in chat, ribadendo la propria totale fedeltà e la volontà di portare a termine l'attentato a ogni costo:
Piazza: «Sono uscito ora dall'ospedale [...] Ma stasera mi nascondo tutte cose e parto anch'io. Con il braccio così. Per te lo faccio, perché sei sempre a disposizione con me e io lo stesso».
Verga liquida l'arringa del complice con freddezza: «Troppe chiacchiere, credimi frate».
Una freddura che spinge Piazza a dare l'ennesima rassicurazione: «Vita, io non voglio che te la prendi con me perché voglio portarti sempre tutto a compimento. Ti sto dicendo che ci vado anch'io con tutta la mano così, che ti devo dire più? Qua 4 piscialetti sono».
L’incendio all’Eni si deve rifare
Secondo gli inquirenti, per compiere il lavoro Piazza avrebbe reclutato Gian Mattia Celestino, un ragazzo dello Zen di appena vent’anni, che la sera del 5 giugno si sarebbe recato presso il distributore Eni di via Monsignor Siino a Capaci insieme a un complice non ancora identificato. Dopo aver posizionato la Fiat Qubo rubata la notte precedente a Terrasini, l’autore ha innescato l’incendio dopo aver posizionato bottiglie di liquido infiammabile e bombole di gas per causare maggiori danni.
Il RIS di Messina, il reparto scientifico dei Carabinieri, ha individuato l’ impronta di Celestino su una delle bottigliette incendiarie ritrovate sulla scena del crimine.
Dal telefono sequestrato a Piazza gli inquirenti riescono a ricostruire le fasi successive all’atto intimidatorio.
Il giorno dopo, la mattina del 6 giugno, Verga dal carcere scrive a Piazza lamentandosi del lavoro a suo dire mal eseguito: l’incendio infatti non avrebbe causato i danni sperati.
“Sto pinnolone lo ha messo troppo avanti” scrive Piazza.
“Bravo poco danno frate” commenta Verga dopo aver visionato un video dell’incendio pubblicato da una testata regionale.
Per questa ragione, Verga ordina a Piazza di effettuare una nuova intimidazione alla stessa stazione di benzina Eni a Capaci.
La lite per la spartizione
La mancata distruzione dell'autolavaggio di Capaci scatena una violenta lite per i soldi tra i presunti responsabili, ovvero l'intermediario Piazza e l'esecutore Celestino. Quest'ultimo, che pretende l'intera somma di 500 euro pattuita, rinfaccia di essere rientrato all'alba per svegliarsi poco dopo per rispettare l'obbligo di firma dai Carabinieri. Piazza, invece, vorrebbe decurtare dal compenso 100 euro come quota per l'accompagnatore e 50 euro per la propria provvigione, offrendo a Celestino solo 350 euro e insultandolo pesantemente per il pessimo lavoro svolto.
La tensione arriva fino al mandante in carcere, Verga, il quale chiarisce di aver stanziato un budget totale di 600 euro. Piazza respinge l'accusa di aver fatto "la cresta" e giustifica i conti: 400 euro sono andati a Celestino e 200 all'autista dello Zen che ha rischiato l'arresto esponendosi alle telecamere.
Nonostante i tentativi di Verga di placare gli animi, Piazza rivendica la correttezza della spartizione e ricorda la gravità del reato, che rischia di costare a tutti una condanna fino a vent'anni di galera:
“Io in queste cose onesto sono ! Io non mi inculo a nessuno perchè in queste cose io capi... Vent’anni qua si prendono! non si... Non è... Un furto di macchine e prendi otto mesi e sei fuori..."
In conformità con il principio costituzionale di presunzione di innocenza, si precisa che gli indagati sono da ritenersi non colpevoli fino al terzo grado di giudizio.

