Il silenzio, la dignità e la memoria: perché non archivieremo mai Salvatore Zangara
Scritto da Elisa Enea
Giovedì 08 ottobre 2026
Oggi è l’8 ottobre. Per le cronache e per i calendari ufficiali è la ricorrenza di un ennesimo fatto di sangue avvenuto nella Sicilia degli anni '80; per me, e per chiunque porti addosso le cicatrici invisibili ma profonde della violenza mafiosa, è una ferita che torna a bruciare senza sosta.
In questo stesso giorno, nel 1983, a Cinisi, la furia mafiosa spezzava la vita di Salvatore Zangara. Aveva cinquantadue anni, era un analista che lavorava all'ospedale di Carini, un padre attento, cresciuto nella rettitudine morale e nell'impegno civile. Un lavoratore, un uomo perbene, travolto dalla violenza in una piazza affollata mentre si concedeva semplicemente un momento di tregua a fine settimana.
Per decenni si è raccontata e tramandata la favola infame secondo cui la mafia colpisce solo chi fa parte di certi giri, o la narrazione comoda secondo cui chi muore si trovava "nel posto sbagliato al momento sbagliato". È la grande bugia su cui si fondano l'omertà, la rassegnazione e il disinteresse. La verità è un'altra: la mafia spara, devasta e distrugge famiglie intere senza alcuna pietà. Salvatore non si trovava nel posto sbagliato. Nel posto sbagliato c’erano solo i killer arrivati a bordo di un'auto per colpire il boss Procopio Di Maggio.
A rendere ancora più amaro questo anniversario è la notizia, arrivata pochi mesi fa, che il caso sulla sua morte sta andando verso l’archiviazione. Nessun colpevole, nessun nome per gli esecutori materiali. L'ennesima porta in faccia, l'ennesimo muro di gomma burocratico per una famiglia che da quarant'anni aspetta una risposta di giustizia.
Da figlia di Vincenzo Enea — ucciso anche lui dalla mafia, nel 1982 — conosco bene il peso schiacciante di questa solitudine. Conosco la rabbia indicibile nel veder ridotta la vita di un padre a un numero di protocollo.
Le carte burocratiche e le commemorazioni di facciata definiscono Salvatore Zangara e mio padre come "vittime innocenti". Ma oggi voglio dire con forza che questa parola rischia di essere fuorviante e persino stretta.
Soprattutto per Salvatore, definirlo semplicemente "vittima" o parlarne come di un tragico "effetto collaterale" rischia di sminuirne l'esistenza, riducendolo a un errore contabile della violenza mafiosa. Ma Salvatore Zangara non era un danno collaterale. Era un uomo integro, un padre presente, un professionista la cui vita valeva infinitamente più della cieca violenza che l'ha spezzata e del silenzio che è seguito.
Dopo la sua morte ci sono stati i tentativi di delegittimazione, i sospetti insinuati a mezza bocca, le mezze parole da bar, perfino le calunnie architettate per sporcarne il nome. È il secondo omicidio che la mafia e la mentalità omertosa tentano di compiere: il discredito della memoria. Ma suo figlio Antonio, raccogliendo il testimone da una madre stremata dalla fatica, ha scelto di non arrendersi, trasformando il peso del dolore e la trappola della vergogna in un impegno civile incessante, portando la storia di suo padre nelle scuole di tutta Italia.
La mafia ha tolto il futuro a Salvatore Zangara e a mio padre Vincenzo, ma non può ridefinire chi erano né cancellare l'eredità che ci hanno lasciato. Se la giustizia degli uomini tentenna, si ferma o archivia i fascicoli, la nostra memoria rifiuta categoricamente di archiviare.
Anche perché i tentativi di spegnere quel ricordo non si sono mai fermati: persino all'indomani dell'affissione di una targa a Cinisi in memoria di Salvatore Zangara, la famiglia ricevette la telefonata di qualcuno che, spacciandosi per un finto amico, cercava di sminuire quel gesto dicendo che in fin dei conti di una targa non c'era bisogno, che sarebbe stato ricordato lo stesso. Era il linguaggio felpato della svalutazione, il tentativo sottile di far fare un passo indietro a chi chiedeva solo verità.
Ricordare Salvatore Zangara oggi a Cinisi — contro ogni tentativo di rimozione, contro le parole bisbigliate e i consigli non richiesti — non significa piangere passivamente su un'ingiustizia subita. Significa affermare con inflessibile fermezza la dignità della sua vita, la bellezza della sua onestà e il nostro totale, definitivo rifiuto di ogni silenzio. Noi non ci arrendiamo.

